Gli esseri umani nascono con una capacità di autoregolazione precisa ed efficiente. Sete, fame, sazietà e molti altri bisogni sono controllati nell’organismo animale con sofisticati meccanismi che garantiscono un certo equilibrio.

Perché in natura gli animali mantengono costante il loro peso?

La risposta è nelle capacità di riconoscere i propri bisogni e di dare loro una risposta adeguata, funzione che può essere compromessa nell’uomo da condizionamenti esterni, dalle abitudini familiari, dalle regole della società, ecc.

E’ frequente riscontrare nell’obesità un’alterazione dei meccanismi autoregolatori. Ad esempio, l’assunzione di cibo non è motivata solo dalla fame: si mangia perché è l’ora del pasto, perché è un modo di stare in compagnia, perché uno stato emotivo trova nel cibo una momentanea gratificazione o al contrario non si mangia perché non c’è tempo, perché si segue una dieta e così via.

Le cause dell’obesità sono indubbiamente multifattoriali, ma quelle che più hanno contribuito al significativo aumento negli ultimi decenni sono da ricollegarsi soprattutto alle modifiche dello “stile di vita”, in particolare sedentarietà e diminuzione dell’attività fisica , accompagnate spesso da aumentato e/o non equilibrato introito calorico. Questo è tanto più vero nelle fasce giovanili della popolazione che, se pur hanno visto aumentare le ore mediamente dedicate all’attività sportiva “organizzata”, hanno praticamente azzerato quella ludico-spontanea trasformandola in prolungata permanenza davanti a TV, computer e videogiochi.

E’, invece, fondamentale che i fabbisogni nutrizionali siano bilanciati, in relazione alle diverse condizioni fisiologiche. Un eccessivo apporto alimentare, associato ad un ridotto dispendio energetico, determina la trasformazione dell’energia eccedente in grasso di deposito, con l’instaurarsi dell’obesità.

L’aumento del tessuto adiposo, oltre che aumentare il volume delle cellule, ne aumenta anche il numero, che poi rimane tale.

Studi confermano che la crescita in utero è un forte perdittore della futura adiposità (più pesanti alla nascita maggiore rischio). La quantità di grasso materno è un altro fattore che può influenzare il grasso corporeo del figlio. Vi è un’altra classe di neonati a rischio di obesità: quelli nati molto piccoli, per età gestazionale.

Il diabete materno durante la gravidanza è un altro fattore di rischio di sovrappeso dopo i 4-5 anni di età del bambino.

Addirittura, vi è uno studio che cita tra i fattori di rischio la breve durata del sonno nei bambini: ciò causerebbe un’elevata probabilità di diventare obesi.

La pubertà anticipata è un altro fattore noto che aumenta il rischio di sovrappeso. Nelle donne il menarca precoce è chiaramente associato con l’estensione di obesità.

Un altro aspetto recentemente studiato, collegato allo sviluppo di obesità infantile, è “l’adiposity rebound”.

Nella popolazione generale in età pediatrica, dopo l’età di un anno, i valori di BMI diminuiscono per poi stabilizzarsi e riprendere ad aumentare mediamente solamente dopo l’età di 5-6 anni. Un incremento dei valori di BMI prima dei 5 anni (adiposity rebound precoce) viene riconosciuto come un indicatore di rischio di sviluppo di obesità.

Eppure, non mancano fattori di rischio spesso poco noti e citati, come lo stress, i disturbi alimentari e le malattie endocrine; senza dimenticare la situazione familiare e sociale, quest’ultimo identificato meglio come basso stato socioeconomico (SES).